T
tmdb1109295114 oct. 2014
Primo film di produzione statunitense girato da Denis Villeneuve, il regista franco-canadese che ha firmato La donna che canta (candidato all'Oscar come miglior film straniero nel 2011), Prisoners va letto, e apprezzato, più nella sua valenza allegorica che nella sua funzione di entertainment. Il film gioca infatti sui codici del genere - la caccia all'uomo, l'indagine in corsa contro il tempo - da una prospettiva "altra", scardinando la costruzione classica dei personaggi - il padre amorevole, il poliziotto scrupoloso - per disseminarla di contraddizioni e dare spazio alla fallibilità di ognuno. La riflessione più ampia riguarda gli Stati Uniti, raccontati come un paese che ha perso la fede e la capacità di proteggere i propri "figli", pronto a ricorrere, e a giustificare, metodi disumani che classificano il nemico come una non-persona, privandolo della sua essenziale umanità. Un luogo in cui la paranoia ha sostituito il buon senso e il caos domina sull'ordine, al di là delle apparenze e delle false sicurezze dell'American way of life.
Ognuno dei personaggi di Prisoners è, appunto, prigioniero di qualcuno o qualcosa, in primis di se stesso, incarcerato dalla paura, dal peso del passato, dall'inconsistenza della propria fibra morale. Il sottotesto religioso (fortissimo, a volte fastidiosamente invadente, ad esempio nell'uso reiterato di "musica da chiesa") serve ad illustrare il percorso penitenziale e la sete di redenzione di quasi tutti i protagonisti, che non sanno più distinguere fra giusto, lecito e necessario, persi nello smarrimento generale.
Prisoners è l'amara parabola di una nazione che si domanda ancora se la tortura sia un mezzo accettabile per estorcere informazioni "indispensabili alla sicurezza nazionale", e che insegue una verità sempre più sfuggente e sempre meno assoluta. Non è un caso che il simbolo al centro della trama sia un labirinto senza apparente via d'uscita. E la componente perturbante del film, sempre pronta a sconfinare in zona horror, rimane dentro ben dopo la visione.
La durata eccessiva del film va tuttavia a scapito dell'incisività della trama, e il budget consistente (o forse il maggior controllo creativo da parte della major produttrice) sembrano limitare l'autonomia autoriale di Villeneuve, più potente e compatto ne La donna che canta. Ma l'iconoclastia dello "straniero" all'interno di un format narrativo quintessenzialmente yankee è interessante e fortemente provocatoria.
Il cast stellare mette il proprio talento, e la propria valenza iconografica, a favore di quest'opera di demolizione del mito (cinematografico) americano. Unica nota stonata il casting di Melissa Leo nei panni di un'anziana signora che, visivamente, attinge ad un archetipo cinematografico così ben consolidato da rischiare l'effetto spolier.